Stasera il mio collega indiano, che lavora con me da quasi due anni, mi ha invitato a casa sua con la scusa del compleanno di sua figlia, una bambina di 5 anni.

Non avevo troppa voglia di andare ma al tempo stesso mi era difficile rifiutare, lui era così entusiasta che non ho proprio potuto rifiutare.

Non che non sia simpatico o di compagnia ma io non mi sento a mio agio in alcune situazioni.

Oltre alla sua splendida famigliola che comprende anche la moglie ed un vispo bambino di 3 anni aveva invitato altri colleghi indiani con cui, da quando li conosco, avrò scambiato al massimo 10 parole.

Dopo i convenevoli di benvenuto mi siedo a tavola e mi viene portato il dolce. Ma no, forse è meglio iniziare con il pollo piccante. E mi trovo da solo a tavola. E gli altri dove sono, hanno già mangiato? Chiedo e mi dice:

‹‹ Ma noi siamo qui per bere ››

Arrivano anche gli altri, in compagnia di una bottiglia di whisky. Io mi accontento della birra, sono quasi astemio da un po’ di temp. Roba da ragazzini scherzano loro. E poi riso, pollo, riso con pollo e dolci.

‹‹ Ma cosa stai facendo? ››, disse il mio palato.

Almeno si chiacchierava, loro chiacchieravano. Non in inglese, lingua ufficiale. Neanche in hindi, che magari avrei imparato qualcosa. Parlavano nel dialetto della loro regione.

Impossibile comprendere una parola qualsiasi. Sono già stato in situazioni del genere soprattutto quando lavoravo con i Finlandesi, anche la loro lingua è incomprensibile per gli stranieri.

Per fortuna c’erano i bambini, non serve sapere nessuna lingua particolare per dialogare con loro. Lei non smetteva un secondo di correre per casa e parlare con tutti e tutto, lui invece molto silenzioso ma anche molto curioso e non si faceva problemi a intrattenersi con tutti.

Tutti tranne me.

Resto dell’idea che un po’ io li spavento, dopotutto io sono l’uomo bianco!