Dove vado, dove non vado, cosa faccio, cosa non faccio e poi mi ritrovo a Torino. Ho bisogno di stare in mezzo alla gente, alle persone, ad esseri viventi. Non la solita strada per andare in centro, oggi c’è la maratona e le strade per il centro potrebbero essere chiuse. Non ho voglia di controllare. Via Cigna, la gialla Gondrand è ancora lì, pensavo fosse andata a fuoco un po’ di tempo fa. Meglio così. Corso Novara e la sua nuova e grande, enorme, rotonda ed il nuovo corso Principe Oddone con i suoi spazi aperti ed i lampioni bianchi fino alla stazione di Porta Susa. Sembra manchi un pezzo di città. Non è la Torino che conosco. Parcheggio sotto al grattacielo San Paolo. Un parallelepipedo bianco che nel suo piccolo fa le fusa alle nuvole. Scendo nella stazione di Porta Susa. Così moderna che mi sembra un aragosta fatta di vetro ed acciaio. Scopro che è tutta ricoperta di pannelli solari, ma solo perché c’è un pannello che indica l’energia elettrica prodotta dalla stazione. Poca gente, tanti immigrati. Non mi danno fastidio ma mi fanno strano. O meglio, mi fa strano vedere pochi indigeni. Dove sono? La stazione vecchia è ormai abbandonata, ci avevano messo una sorta di mercato alimentare gourmet ma è durato veramente poco. Chissà che fine farà, è un peccato lasciare un pezzo di storia della città all’abbandono, anche se non è chissà che capolavoro di architettura. Mi muovo, iniziano i portici, ma quanti portici ci sono a Torino! Tolgono un po’ di luce ma almeno quando piove si può passeggiare senza bagnarsi. Oggi però c’è il sole. È fine Ottobre ma il clima è primaverile. Inquinamento da polveri sottili a livello delle megalopoli cinesi e le valli piemontesi che vanno a fuoco causa siccità, ma un normale pedone cittadino di queste cose non si accorge. Con me ho la macchina fotografica ma resta chiusa nella custodia. Verrà il momento anche per lei, per ora si gode la passeggiata. Vedo molte persone che hanno finito la maratona, con i loro strani calzettoni massaggia polpacci. Se penso che qualcuno si sveglia la domenica mattina per andare a correre 40 chilometri mi prende male. Per loro. 40 chilometri sono un’eternità! Nel percorso dalla stazione a Piazza Castello mi ritrovo a pensare alla mia casa. Come sarebbe tornare a vivere in città? Ci sono nato e cresciuto ma sono ormai dieci anni che non ci vivo più. La città, gli stimoli sono tanti, il solo fatto di essere lì a passeggiare mi riempie di molteplici input. Occhi curiosi hanno tanto da vedere. Persone di tutte le età, tutti i colori e tutte le lingue riempiono le vie e le piazze della città. Palazzi antichi, palazzi moderni e palazzi adolescenti dall’età indefinibile. Il mio naso è volto all’insù a guardare balconi e finestre dalle fattezze più diverse. Dev’essere bello vivere in città. Ma so già che non tornerò. Troppa paura dei cambiamenti, troppo cara la vita rispetto a dove sono adesso e troppo lontano dal lavoro, non ho voglia di perdere 2 ore al giorno del mio tempo chiuso in macchina per andare e tornare dal lavoro. La città poi non è il centro sempre pieno di vita, la città può essere noiosa come il paese dormitorio dove vivo adesso. Oggi però me la godo come se fosse la prima volta che la vedo. Entro ed esco dai negozi. Via Roma praticamente è diventata pedonale, questo è bene, ma ha anche perso parte del suo fascino. Sembra sia stata svenduta ai grandi marchi globalizzati. Gli stessi in tutte le città del mondo. Pessimo. Resta qualche caffè storico ma non so se avrà ancora vita lunga, mi aspetto da un giorno all’altro di vedere un negozio di custodie per cellulari al loro posto. Sono già riusciti a mettere un Decathlon dove prima c’era un albergo proprio di fronte a Porta Nuova. Non mi stupisco più di niente. Mi stupisco però delle persone. Delle ragazze vestite con stivali alti e calze al ginocchio indossare gonne corte ma con lunghi soprabiti. Occhiali che sembrano schermi televisivi. Coppie che limonano in mezzo alla strada. Cani tirati a lucido dall’estetista ma che poi cagano in giro come i bastardini più trasandati e sfortunati. Mi sorprende l’umanità variegata come una busta mista di orsetti di gomma. Io di solito vedo solo girelle di liquirizia. Sono già fortunato a vederne qualcuna. Ragazze tante, tantissime, non ci sono abituato. Mi innamoro ogni trenta passi, a volte anche più di una volta. Ma guardo solo, non è ancora il momento per l’amore. Sono alla perenne ricerca di me stesso e non posso distrarmi. Via Garibaldi è un bagno di folla. Il pranzo domenicale è finito e si son tutti riversati in centro. Librerie chiuse. Non esistono più. Come si fa ad appassionarsi alla lettura se non si vedono più libri in giro? È tutto liquido oggi, con la musica però è più facile. Ci sono le radio, la televisione, i reality show che di musica ne fanno sentire tanta. Anche se non puoi più prendere in mano un cd, o almeno, non è più facile trovarne, la musica è ancora tra di noi. I libri meno, molto meno. Devi già andarli a cercare e poi molte delle librerie moderne sono anonime, insipide. Ricordo quando ci si andava per comprare i libri di scuola, quelli delle superiori, che non potevi trovare ovunque. Scaffali di legno, straripanti di libri di ogni foggia e dimensione. Il reparto scuola, forse creato apposta all’inizio di Settembre per essere pronti all’assalto degli studenti, al piano di sotto, un misto tra un magazzino ed una sagra di paese con il banchetto per gli ordini. Non so dove oggi si comprino i libri di scuola. Non ne ho più avuto bisogno, ma sono curioso per definizione. Magari internet riesce a procurare anche quello. Apri il browser, metti i titoli, li metti nel carrello e ti arrivano direttamente a casa. Ma la poesia dov’è finita? Andare con gli amici o alla peggio i genitori a fare gli acquisti. No, questi si fanno da soli. Tu, il web e la carta di credito. In verità abbiamo smaterializzato anche la carta di credito, basta pagare con PayPal ed anche i soldi sono virtuali. Tutto, quasi, si riesce a fare con un computer ed una connessione internet. C’è anche chi ci conosce persone e ci fa sesso. Io non sono ancora arrivato a tanto anche se passo quasi tutta la mia vita con davanti a me uno schermo ed una tastiera. Eppure a me piacciono le emozioni forti, materiali. Mi piacciono gli odori, il vento addosso, il suono profondo dei bassi che pompano fin dentro al petto ed il ruggire dei motori. Forse qualcosa di questo si può anche simulare con il computer. I simulatori d’auto per un po’ mi hanno fatto passare serate (e notti) piene di adrenalina. Se riesci ad estraniarti dall’ambiente, non è poi così difficile, il tuo cervello può farti credere che stai guidando veramente una macchina da corsa. La fedeltà dei circuiti è massima e le sensazioni al volante molto credibili. Sì, per molte ore ho barattato la vita reale con una simulazione. Mancava il puzzo d’olio ed il calore dell’albero di trasmissione in abitacolo ma il resto era molto simile.

Ho vagato così tanto che adesso ci vorrebbe una sigla di chiusura per chiudere il pezzo perché con le parole non mi riesce. Magari si potesse allegare una canzone! Una canzone adatta per ogni sezione dello scritto, almeno quando il testo si fa abbastanza lungo. Non devi farla partire. Una colonna sonora che ti accompagna durante la lettura, una colonna sonora decisa dall’autore e non dal lettore, sarebbe interessante. Certo ognuno legge alla sua velocità e non si avrebbe lo stesso effetto che ha la musica nel cinema, ma io mentre scrivo mi sento più ispirato se c’è una colonna sonora, perché non dovrei esserlo mentre leggo? Secondo me il libro di Trainspotting con la colonna sonora del film di sottofondo sarebbe grandioso. Immagino che a chi piace leggere piaccia farlo in silenzio, io per abitudine però faccio spesso due cose insieme. È un “trucco” per placare la mia ansia di dover stare fermo e concentrato su qualcosa.

Buonanotte.