Scrivosolo

Parole e Luce

Autore: scrivosolo Page 2 of 5

Rompicapo

Ogni tanto incappo in qualche rompicapo da affrontare utilizzando il pensiero laterale e visto che non mi piace farmi venire il mal di testa da solo questo lo condivido con voi:

Come si può rendere corretta l’equazione riportata qui di seguito cancellando una sola riga?

11 + 10 = 10.50

Procastinare (sembra una brutta parola)

Non voglio scrivere un trattato sulla procrastinazione, i siti di crescita personale trattano in modo “insistente” e più che esaustivo l’argomento, ma giusto per chiarire a chi non è pratico del termine questa è la definizione:

Procastinare: rimandare al domani con lo scopo di temporeggiare o, addirittura, di non fare ciò che si dovrebbe.

Insomma, è il sì, poi lo faccio domani che molti di noi si raccontano per evitare di fare. Evitano per insicurezza, perché il compito gli sembra troppo grande. Evitano per perfezionismo, perché chi cerca la perfezione rischia di non fare intimorito dalla paura di non farlo nel miglior modo possibile. Evitano e fanno altro, un compito più facile o che non possa essere giudicato. Si guardano ore di tv, si cazzeggia con il cellulare, si accarezzano i divani invece di affrontare compiti che a lungo termine potrebbero portarci gratificazioni molto più grandi.

Bene, tra le cose che ho letto ultimamente mi sono rimasti impressi due concetti. Uno mi ha scolpito in testa l’effetto collaterale del fare e non fare (possiamo cercare di rimandare ma tanto prima o poi ci tocca) e l’altro che ci pone davanti ad un bivio interessante.

 

Facciamo finta che ci piaccia ancora scrivere a mano (io non lo faccio praticamente più). Ogni volta che iniziamo a scrivere qualcosa proviamo ad usare, alternativamente, una mano diversa. Destra, sinistra, destra, sinistra.

Ogni volta le prime righe faranno schifo, poi la pratica ci farà migliorare e lo scritto sarà comprensibile anche quando non usiamo la mano che usiamo di solito. Cambiamo mano, bisogna ricominciare da capo. Cambiamo mano di nuovo e le prime righe saranno di nuovo degne degli antichi egizi.

È quello che mi succede quando scrivo qui, non lo faccio con regolarità, un po’ per pigrizia ma soprattutto perché sono un “perfettino” ed ho paura di scrivere cose “inutili”. Ogni volta che torno a scrivere devo reimparare un sacco di cose. Come si fa a pubblicare un articolo, quale carattere ho usato l’ultima volta, le scorciatoie da tastiera del programma che uso per scrivere. Ogni volta perdo tempo, devo reimparare cose che avevo già imparato e che per procasinite (sì, voglio scrivere tutti i giorni ma inizio poi la prossima settimana) non faccio con costanza. Mi succede con tantissime cose, inizio, non mi piace come lo faccio e smetto. Poi torno a farlo perché magari in fondo mi interessa ed è come aver cambiato mano. Devo ricominciare.

Non sarebbe meglio iniziare e finire un compito senza lasciarlo a metà o applicarsi con costanza su uno dei nostri progetti? Alla risposta ci penso poi domani.

 

Abbiamo un compito da affrontare, uno di quelli che non ci piacciono o per cui non ci sentiamo all’altezza. Che so, preparare una presentazione in ufficio usando il malefico powerpoint. C’è la scappatoia, lo faccio domani ed adesso magari faccio l’inventario che mi rilassa. Ecco, abbiamo una via di fuga e possiamo rimandare almeno fino all’ultimo secondo quando poi saremo obbligati a fare quello che avremmo potuto fare con tutta calma.

E se la scelta alternativa non ci fosse? Immaginate due sole opzioni.

  • Eseguo il compito.
  • Non faccio niente.

Non, faccio altro, non faccio niente! In piedi nella stanza senza fare niente, senza guardare il telefono, senza parlare con qualcuno, senza distrarmi con qualunque cosa e senza dedicarmi ad un altro compito. Pensateci. O la presentazione di powerpoint adesso ed ora o il niente.

Ho letto di recente di un esperimento, a delle persone venne chiesto di entrare in una stanza vuota, da soli, e gli venne chiesto di stare lì e non fare nulla per quindici minuti. All’interno della stanza c’era una cosa sola, un pulsante posto su una delle pareti. Venne fatto provare a tutti prima dell’inizio dell’esperimento. Se il pulsante veniva premuto dava una scossa elettrica, non mortale ma abbastanza forte da essere spiacevole. Quindici minuti da soli nella stanza senza far niente, questo era il compito. Ecco, non c’è riuscito nessuno. Presi dalla noia o dall’oblio di stare soli con se stessi hanno tutti preferito schiacciare almeno una volta il pulsante e prendere la scossa. Poi c’è anche chi ci ha preso gusto e l’ha schiacciato ripetutamente ma questi sono problemi tutti suoi.

Il succo è, se non avessimo scelta tra il nulla ed il compito da svolgere, il peggio non sarebbe mai il compito. Il non fare niente non ci appartiene e ci fa sentire enormemente a disagio.

Quando cerchiamo di rimandare qualcosa pensiamo a questa di alternativa, lo faccio o mi dedico al nulla?

La volpe e l’uva

Una volpe affamata vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato, e tentò di afferrarli. Ma non ci riuscì. “Robaccia acerba!” disse allora tra sé e sé; e se ne andò. Così, anche fra gli uomini, c’è chi, non riuscendo per incapacità a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze. 1

(Esopo)

Questa favola sembra così attuale nei contenuti e nelle “scuse” che ci raccontiamo tutti i giorni invece Esopo l’ha scritta 2.600 anni fa (secolo più, secolo meno). Quante volte rinunciamo a qualcosa semplicemente reinventando il modo in cui vediamo le cose?

Certo che l’uva mi piace, eccome! Ma visto che non la posso avere è sicuramente acerba. Io che sono volpe mica posso ammettere che è semplicemente succosa e dolce ma, a me, irraggiungibile.

La chiamano anche dissonanza cognitiva e questa favola ne rappresenta uno degli esempio migliori, quando non riusciamo ad accettare o comprendere qualcosa, in conflitto con i nostri desideri o ideali, è più facile cambiargli il significato piuttosto che pensare che il vero limite sia dentro di noi o nel nostro modo di vedere il mondo.

Tutti i giorni scappo da qualcosa solo perché non ho capacità, costanza o tenacia a sufficienza e mi racconto che “tanto non faceva” per me.

Succede anche a voi?

  1. Testo tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/La_volpe_e_l’uva

Emotional business

Certo, la vita è bella perché tutti i giorni son diversi, perché ognuno può dire quello che pensa e perché si possono sentire ed imparare molte cose.

Oggi durante una riunione è stata detta questa frase:

We can’t run business on emotions, business is about data and reporting.

Non so, continuo a pensare di essere un sognatore e che il mondo va come le persone più razionali lo fanno andare, ma questa frase mi tolto il respiro per un attimo.

Voi cosa ne pensate?

P.s.

A proposito di sognatori, il mio segno zodiacale è Acquario ed una volta, una collega, ha definito quelli del nostro segno come:

“Persone con la testa tra le nuvole ed i piedi ancorati per terra.”

I, Tonya

Non sapevo cosa scegliere tra la Forma dell’Acqua e Tonya, stesso cinema, stessa sala, stessa ora. Di Tonya pensavo di aver già capito tutto nei vari trailer, ma di vedere un film fantastico anche se pluripremiato agli oscar non avevo troppa voglia, avevo più voglia di una storia vera, di un po’ di umanità.

Ultimo spettacolo, non lo faccio mai ma il cinema era per strada ed avevo bisogno di distrarmi un po’ dopo una giornata che mi aveva sgonfiato come un palloncino bucato. Vada per Tonya, la storia della pattinatrice americana Tonya Harding coinvolta nell’aggressione della sua rivale numero uno sui campi di gara.

Lei, Margot Robbie, è semplicemente fantastica nella parte di quest’atleta così fuori dalle righe e così diversa dalla belloccia interpretata in Suicide Squad. Questa prova da attice vera le è riuscita benissimo e per questo è stata anche nominata agli Oscar come miglior attrice protagonista, premio vinto invece (come miglior attrice non protagonista) dalla (a me) sconosciuta Allison Janney che interpretava la madre di Tonya.

Tonya nasce da famiglia povera ma con il pattinaggio sul ghiaccio nel dna e la madre, personaggio totalmente negativo e disfunzionale, la forgia facendole capire che qualunque cosa lei avesse fatto non sarebbe mai stato abbastanza. Nessuno sforzo o risultato le avrebbe mai fatto ottenere un grammo d’amore da parte della madre. Nessuno.

Tonya crescendo trova un uomo, un uomo semplice. Anche troppo semplice. Uno di quei personaggi americani di quell’america che di solito non è sotto i riflettori. Un’America di serie B come quella che avevamo già visto in Tre Manifesti ad Hebbing. Con lui si crea un sano rapporto di codipendenza, a lui piace picchiare la fidanzata e lei pensa di averne bisogno. Inseparabili. Lui sarà la sua rovina. Nonostante lei sia un’atleta che si è guadagnata le olimpiadi con talento e determinazione, non riesce ad avere il giusto rispetto per se stessa.

Il film è molto più di quello che fa intuire il trailer, i personaggi sono così intrinsecamente complicati che ne esce un film potente e pieno di contraddizioni, da che pensavo di vedere un film di cui avevo già capito tutto mi sono invece trovato a veder scorrere i titoli di coda continuando a farmi domande per cercare di capire quello che era successo.

Tonya alla fine lo dice, di verità ce ne sono molte e sono tutte diverse.

Da menzionare la colonna sonora, un susseguirsi di brani di generi molto diversi tra loro che danno ritmo al film, le scene vengono collegate tra di loro grazie alla musica ed è uno scorrere narrativo unico dall’inizio alla fine del film. Tra tutti i brani il mio preferito, quello che mi ha fatto ballare sulla poltroncina, è Goodbye Stranger dei Supertramp.

Termiti

Oggi leggevo un post su un sito che parla di multipotenzialità, Puttylike, creato da Emilie Wapnick che per prima ha parlato di questa caratteristica. Il pezzo che ha attirato la mia attenzione diceva più o meno così:

Di recente ho scoperto alcune termini attorno alla mia casa. Poi qualcuna in più, poi altre ancora e finalmente ho realizzato: uh oh. Ci sono delle termiti!

Per settimana ho provato ad ignorare il problema. Immagino di aver pensato, se fingo che non ci siano, il problema si risolverà da solo. Ovviamente non è così che funzionano le termiti e quando una settimana ha piovuto particolarmente forte, loro hanno invaso il mio giardino.

Finalmente ho chiamato il disinfestatore e gestito il problema come un adulto.

“Non puoi semplicemente ignorare le termiti,” mi ha detto. “Ti distruggeranno casa.”

Probabilmente state pensando che stia scherzando. Tutti lo sanno! Non ti rendi conto che ignorare un problema lo rende solo peggiore? È così ovvio!

Già, è così ovvio, ma anche io avrei fatto esattamente la stessa cosa, aspettare che semplicemente sparissero da sole ignorando il problema.

Ma a quanto pare non sono l’unico ad affrontare i problemi così 🙂

Primavera

Il week end è sempre la parte più difficile per me, mi sveglio nel silenzio della mia casa immersa nella campagna e so che con molta probabilità non parlerò con nessuno tutto il giorno. Faccio colazione guardando le montagne fuori dalla finestra ed il fatto che il cielo sia coperto da nuvole autunnali non aiuta il mio fragile umore. Di mettere a posto casa non ho nessuna voglia, non che sia eccessivamente in disordine o sporca ma il week end è l’unico momento dove potrei fare delle cose. L’unica cosa che mi riesce è rimandarle. Da anni ormai. Dal soffitto pendono ancora lampadine appese ai fili elettrici perché ogni giorno pari penso che devo sistemarle ed ogni giorno dispari penso che dovrei andarmene da questa casa che in realtà non ho mai voluto. A maggio saranno dieci anni che mi faccio le stesse domande. Sì, sono di coccio.

Per fortuna ho una commissione da fare in posta, devo andare a ritirare un pacco che mi è arrivato dalla China. Mi stupisco ancora di come sia più economico comprare un accessorio per la moto dall’altra parte del mondo e farselo spedire rispetto a comprarlo nel negozio di zona, magari prodotto in Italia. Dal fruttivendolo alla grande distribuzione e poi Amazon ed Aliexpress. Il futuro prossimo ci riserverà ancora sorprese, è innegabile, ma nel mio piccolo spero si possa tornare un po’ indietro e recuperare un po’ della dimensione umana delle cose.

Prima di passare in posta mi fermo al bar della stazione per un caffè, non il solito bar, oggi volevo cambiare. Da lì alla posta posso fare quattro passi che ne ho bisogno.

Mi soffermo a guardare la chiesa del paese. Non perché io sia religioso o perché abbia voglia di entrarci, mi soffermo perché non c’è il campanile. O meglio, non c’è ancora il campanile. È crollato una decina di anni fa e non è ancora stato ricostruito. La chiesa a cui era attaccato è stata sistemata ed ha il trucco rifatto da poco ma del nuovo campanile non si sa ancora nulla. Il paese oltre che essere poco frequentato mi sembra abbia anche la sua bella dose di sfiga. Alla posta non va meglio, due impiegati svogliati che fanno un lavoro in cui non credono. Tra un cliente e l’altro ne approfittano per far andare avanti la loro vita, farsi un caffè o inviare messaggi con il cellulare. Ritiro il mio pacco, il pezzo che mi è arrivato è perfino meglio di quello che mi aspettavo. Prima buona notizia della giornata.

Tornato a casa dovrei inventarmi qualcosa da fare ma ripiombo nella mia insipidità. Fumo, giro per casa, fumo, un caffè. Ansia, come sempre. Vabbè, faccio che montare il pezzo che mi è arrivato, ci andranno si e no trenta secondi. Stranamente questa cosa mi attiva. Rivedo la moto, l’accendo e parte al primo colpo. È stata ferma per qualche mese ed avevo paura che la batteria fosse scarica. Se solo il tempo migliorasse mi farei un giro. Un’occhiata fuori e vedo che sta uscendo il sole. Altra notizia positiva, potrei farci l’abitudine. Tempo 10 minuti e sono già fuori a godermi la gita. Se c’è una cosa che mi fa stare bene, sempre, da sempre è proprio andare in moto. Potrei passarci giornate intere in sella senza stufarmi.

Incontro motociclisti conosciuti e mi unisco a loro, ci spingiamo un po’ in quota sulle nostre montagne. C’è ancora tanta neve a bordo strada e c’è una bella aria frizzante. Tre gradi dice il termometro. Sarà la felicità del momento che mi scalda ma io sto bene così.

Forse sono un fiore, mi serve la primavera per riaffacciarmi al mondo.

Blog in progress

Ogni tanto mi chiedo perché ho creato questo blog, in realtà non penso di aver molto da dire, non so raccontare storie e la comunicazione non è il mio forte. Allora perché sto cercando di fare qualcosa che non so dove mi porterà?

La risposta che mi sono dato è che lo sto facendo per imparare e per mettermi alla prova, una sorta di lungo esercizio per capire cosa mi piace fare.

Iniziamo dal titolo, scrivoSolo, deriva sia dal fatto che la scrittura è un’attività individuale sia per ricordarmi che qui devo solo scrivere. Testo e presentazione senza fronzoli, foto, video o qualunque altro contenuto estetico.

Ovviamente ho dovuto imparare ad usare wordpress, lo strumento che mi permette di gestire il blog. L’avevo già usato ma senza costanza, senza una meta, ed era un infinito di modifiche e prove senza mai essere soddisfatto. Adesso la prospettiva è cambiata, deve essere funzionale, stabile e consistente senza prendere il sopravvento sui contenuti.

Ho imparato a conoscere i programmi di scrittura, non sono uno che scrive ovunque, non ho capitoli del mio romanzo scritto sui rotoli di carta igienica. Quando scrivevo a mano dovevo trovare la penna e la carta giusta perché mi sentissi a mio agio e lo stesso è per la versione digitale della scrittura. Ci voleva un ambiente che mi facesse concentrare, che gestisse la formattazione del testo senza farmi diventare (più) matto e che mi permettesse di organizzare tutti i miei contenuti in un posto solo. Ne ho provati tanti ed alla fine ho trovato il mio, facendomi sentire a mio agio mi invoglia a stare qui e scrivere.

Per migliorare nella scrittura bisogna fare tantissima pratica e questo è il modo per allenarmi, non so ancora dove mi porterà ma spero di migliorare strada facendo. Ogni tanto rileggo vecchie cose scritte da me e mi viene l’orticaria. Sono anche più attento a quello che sento, leggo o che mi succede nel quotidiano. Ho il radar acceso per trovare idee per i post che, purtroppo, scrivo di getto e pubblico immediatamente senza dargli il tempo di crescere e maturare. Vorrei essere capace di sviluppare un’idea senza il bisogno di immediata soddisfazione che ti regala la pubblicazione.

Forse la cosa più importante è che questo blog mi costringe tirare fuori qualcosa che è dentro di me e basta. Qui non c’è possibilità di trucco, non si può dire come nella fotografia che il merito è del soggetto fotografato (cosa molto facile da dire ma non vera, la foto la fa sempre e comunque il fotografo).

Ma alla fine quello che ho scritto sopra sono semplicemente delle scuse, è che scrivere mi rilassa, mi rilassa pigiare tasti sulla tastiera del mio portatile e scrivere mi tiene impegnato il criceto che ho in testa e che corre sempre anche quando non c’è niente per cui correre.

Metti un posto a tavola

Non “aggiungi un posto a tavola” ma mettine uno, uno solo. Stasera ero a mangiare una pizza, avevo bisogno di coccole e sono andato a mangiarmi la mia pizza preferita in città, da me il lunedì e tutto chiuso e quindi niente coccole.

Ero lì che guardavo com’era arredato il locale, ricavato in una struttura industriale e con arredamento decisamente kitsch tra lampadari in vetro e grossi pomodori messi sulle pareti e mi è venuto in mente che se qualcuno, in quel momento, mi avesse chiesto cosa stessi facendo la mia risposta avrebbe potuto sembrare malinconica.

«Sono in pizzeria a mangiarmi una bella pizza acciughe e capperi e poi continuo con il mio dolce preferito, tarte tatin con gelato.»

«E la compagnia com’è?»

«Beh, sono da solo.»

«Ma come, sei a mangiare fuori da solo?»

Si, mi capita spesso, penso sia una delle cose che le persone trovino più difficile fare. Entrare in un ristorante e mangiare da soli. Io non ci vedo nulla di strano, ho fame, voglio togliermi uno sfizio e non ho nessuno con cui farlo. Ci vado lo stesso. Forse è un approccio un po’ pragmatico ma funziona. La pizza era ottima, il dolce meglio ancora ed io mi son risolto una serata dopo un’intensa giornata di lavoro ed un weekend chiuso in casa. Cene, cinema, vacanze, me li godo anche da solo.

Ovviamente per tenermi un po’ di compagnia ho approfittato del cellulare, due notizie ghiotte oggi. Le elezioni presidenziali in Russia, dove incredibilmente ha vinto di nuovo Putin (non ho indagato ma penso non ci fosse nessun altro candidato) ed un incredibile crollo in borsa di Facebook che mi ha incuriosito di più.

Pare che sia emerso che un azienda in particolare raccoglieva informazioni sugli utenti dai profili e dai profili degli amici e che poi le abbia vendute (qui emerge il problema visto che è contrario alla licenza d’uso di faccialibro) ad un’azienda di profilazione e che i dati risultanti siano stati usati per pilotare elezioni o scelte fondamentali come l’uscita del Regno Unito dall’Europa1. A parte il crollo delle azioni o le balle che ognuno di quelli coinvolti tirerà fuori ci sono alcune cose che mi hanno colpito:

  • Pensavamo fosse tutto finito dopo lo scandalo di Snowden2, quando enti governativi raccoglievano informazioni sui privati cittadini. Pensavamo che il problema fosse la Cina (ma non solo) che controlla cosa si possa o non possa fare sulla rete e chissà quali informazioni raccoglie. Non ci siamo resi conto invece che continuiamo a fornire informazioni, che sembrano “minime” ma che raccolte in grandi quantità ed analizzate possono essere utilizzate contro di noi.
  • Lessi tempo fa che con tre (solamente tre) semplici like le aziende che fanno profilazione hanno già un’idea se la persona è etero od omosessuale. Tre semplici like e sei già stato messo in una categoria. Con il caso di oggi sembra che con settanta like (quello che magari facciamo in una settimana), possano creare un profilo psicologico completo ed inviare campagne molto mirate.
  • Continuiamo a creare tecnologia che viene poi usata contro di noi. Per raccogliere ed analizzare questa enorme quantità di dati non strutturati vengono usati quelli che vengono chiamati Big Data ed Analitycs, tecnicamente golosi come la panna montata ma a quanto pare poi restano indigesti.
  • Veniamo guidati nelle nostre scelte sempre più da influenze esterne di cui neanche ci accorgiamo.

Mi toccherà leggere 1984, qui si corre troppo ma forse qualcuno aveva già tentato di metterci in guardia.


  1. Per i curiosi c’è un bell’articolo de Il Post : https://www.ilpost.it/2018/03/19/facebook-cambridge-analytica/
  2. Per chi non conoscesse la storia consiglio la visione del film, Snowden, scritto e diretto da Oliver Stone. Il libro su cui è basato scende più nei dettagli ma l’ho trovato indigesto e  poco coinvolgente.

Motore di ricerca umano

Giusto ieri parlavo di un libro di cui ricordavo pochissime cose, non il titolo, non l’autore, ricordavo solo che era di fantascienza, che c’era una gemma colorata sulla fronte delle persone che poteva illuminarsi di colori diversi a seconda delle emozioni e del coinvolgimento sessuale provato con la persona che il protagonista si trovata di fronte.

Niente, Google con questi indizi non c’è riuscito. Sfida impossibile. Ormai pensavo di non avere chance di capire quale libro avessi in testa, però son zucca dura ed ho detto ci provo.

Chiacchierando con mio fratello gliel’ho buttata lì, conosci mica questo libro? Sapendo che lui non l’avesse letto e che non è un profondo cultore del genere. Mi dice (scrive) tranquillo, chiedo e lo troviamo (massa dai il solito esagerato).

Dieci minuti dopo torna con una risposta, un autore ed un titolo. Plausibili, molto plausibili. Ma figuriamoci se ce l’ho a casa, non cantiamo ancora vittoria.

Arrivo a casa e la prima cosa che faccio è cercarlo, la sezione della libreria in cui cercare adesso mi era chiara. Ci ho messo dieci secondi ed il libro era lì, con mia incredibile sorpresa!

Un tentativo ed un successo, adesso mi toccherà chiamarlo Fratello-Google!!!

Il libro, per chi è curioso, è “La lampada dell’amore” di Brian W. Aldiss. Se vi capita tra le mani merita la lettura, letto vent’anni fa e mi è tornato in mente ieri, qualcosa evidentemente mi ha trasmesso.

Grazie!

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