Non sapevo cosa scegliere tra la Forma dell’Acqua e Tonya, stesso cinema, stessa sala, stessa ora. Di Tonya pensavo di aver già capito tutto nei vari trailer, ma di vedere un film fantastico anche se pluripremiato agli oscar non avevo troppa voglia, avevo più voglia di una storia vera, di un po’ di umanità.

Ultimo spettacolo, non lo faccio mai ma il cinema era per strada ed avevo bisogno di distrarmi un po’ dopo una giornata che mi aveva sgonfiato come un palloncino bucato. Vada per Tonya, la storia della pattinatrice americana Tonya Harding coinvolta nell’aggressione della sua rivale numero uno sui campi di gara.

Lei, Margot Robbie, è semplicemente fantastica nella parte di quest’atleta così fuori dalle righe e così diversa dalla belloccia interpretata in Suicide Squad. Questa prova da attice vera le è riuscita benissimo e per questo è stata anche nominata agli Oscar come miglior attrice protagonista, premio vinto invece (come miglior attrice non protagonista) dalla (a me) sconosciuta Allison Janney che interpretava la madre di Tonya.

Tonya nasce da famiglia povera ma con il pattinaggio sul ghiaccio nel dna e la madre, personaggio totalmente negativo e disfunzionale, la forgia facendole capire che qualunque cosa lei avesse fatto non sarebbe mai stato abbastanza. Nessuno sforzo o risultato le avrebbe mai fatto ottenere un grammo d’amore da parte della madre. Nessuno.

Tonya crescendo trova un uomo, un uomo semplice. Anche troppo semplice. Uno di quei personaggi americani di quell’america che di solito non è sotto i riflettori. Un’America di serie B come quella che avevamo già visto in Tre Manifesti ad Hebbing. Con lui si crea un sano rapporto di codipendenza, a lui piace picchiare la fidanzata e lei pensa di averne bisogno. Inseparabili. Lui sarà la sua rovina. Nonostante lei sia un’atleta che si è guadagnata le olimpiadi con talento e determinazione, non riesce ad avere il giusto rispetto per se stessa.

Il film è molto più di quello che fa intuire il trailer, i personaggi sono così intrinsecamente complicati che ne esce un film potente e pieno di contraddizioni, da che pensavo di vedere un film di cui avevo già capito tutto mi sono invece trovato a veder scorrere i titoli di coda continuando a farmi domande per cercare di capire quello che era successo.

Tonya alla fine lo dice, di verità ce ne sono molte e sono tutte diverse.

Da menzionare la colonna sonora, un susseguirsi di brani di generi molto diversi tra loro che danno ritmo al film, le scene vengono collegate tra di loro grazie alla musica ed è uno scorrere narrativo unico dall’inizio alla fine del film. Tra tutti i brani il mio preferito, quello che mi ha fatto ballare sulla poltroncina, è Goodbye Stranger dei Supertramp.